14 Dicembre 2010
Verso un nuovo Welfare: la rivoluzione copernicana dei servizi alla persona. Presente al Convegno di Milano anche Philip Blond, direttore del think tank ResPublica
di Giuseppe Sabella e Luigi Degan
Articolo pubblicato, in versione ridotta, in Tempi del 29 ottobre 2010 pag. 35-36 col titolo Abbiamo fatto un bel lavoro
Si è tenuto ieri all’Università Cattolica di Milano il Convegno “I servizi alla persona nella città che cambia. Prove di Big Society”. Si è parlato del dibattito scatenato dal Premier Inglese David Cameron, da quando ha lanciato una sfida ambiziosa: che lo Stato si faccia da parte, e il Big Government lasci spazio alla cosiddetta Big Society, dando il via ad una rivoluzione del paradigma classico del Welfare europeo.
Il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, Giorgio Vittadini, che ha introdotto e concluso i lavori del convegno, in una recente intervista ha affermato che il termine Big Society “traccia la cornice di un nuovo quadro culturale che indica una società che si costituisce dal basso”. L’Italia sa già dove guardare; un esempio virtuoso è rappresentato dalla Lombardia che, riformando la propria legislazione, ha permesso ai propri cittadini di scegliere tra i diversi soggetti che erogano servizi di Welfare quelli che meglio corrispondono ai propri bisogni. Il tema è esploso a livello internazionale, ne hanno parlato il New York Times, il Financial Times, in Italia il Ministro Sacconi – che nel 2004 ha pubblicato La società attiva, ovvero un libro manifesto che propone un nuovo modello di Welfare basato sul primato della Società Civile sullo Stato – ha affrontato la questione in una lunga e significativa intervista al Corriere della Sera (30 agosto 2010).
Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e political scientist, ritiene che “il Welfare del futuro non è quello che abbiamo conosciuto: la capacità di governare il sistema per lo Stato non è più centrica, ma il Welfare dovrà essere costituito dalla societa civile, dalla forza dei raggruppamenti sociali e dei corpi intermedi”.
L’occasione di questo Convegno è stata quella di vedere come Milano sta facendo prove di Big Society, anche perché – come ha spiegato il sociologo ed economista Mauro Magatti – “Milano ha una qualità di tessuto urbano unica al mondo; è una grande metropoli con al suo interno piccole comunità che hanno storia e patrimonio urbano”.
Milano sta già facendo prove di Big Society con il nuovo Piano di governo del territorio (Pgt) che Carlo Masseroli, assessore allo Sviluppo del territorio del Comune di Milano, ha illustrato ai presenti. A parte l’aspetto edilizio, è molto in linea con la filosofia della Big Society.
Milano ha scritto l’ultimo PGT 30 anni fa: la città è cambiata. “Per scrivere il piano ho incontrato gente, associazioni, ho scoperto nuove risposte alle esigenze che la città esprime – ha detto Masseroli. Questo Pgt è una piattaforma flessibile per dare spazio a chi vuole costruire ed edificare per la società: quindi non è solo un piano urbanistico, ma un nuovo impianto di Welfare non più centralistico”.
Presente anche Philip Blond, direttore del think tank inglese ResPublica, che ha definito la Big Society come “un nuovo modo per vedere l’universale. La nostra esperienza ci dice che non è solo esperienza di noi stessi, ma lo è anche della famiglia e della comunità. L’ultima cosa che vuole la Big Society è quella di chiudersi all’universalità. Ma universalità non è collettivismo opposto ad individualismo. Anzi, tra questi due estremi non c’è nessuna differenza; in qualsiasi paese ex sovietico, vediamo il retaggio che ha lasciato il comunismo: l’individualismo estremo, nessuno si cura più di nulla”.
In conclusione dei lavori, Vittadini, ringraziato da un video messaggio del ministro Maurizio Sacconi, ha soprattutto sottolineato quanto il nuovo Pgt di Milano introduca una possibilità di cambiamento di carattere quotidiano, che è il cambiamento del paradigma moderno stato/privato e che è assente da qualsiasi dibattito televisivo, in cui ormai si racconta soltanto un mondo che non c’è più.
Luigi Degan, nato a Milano nel 1968, è un giurista esperto di diritto del lavoro e relazioni industriali, svolte presso una importante associazione imprenditoriale. Già ricercatore e docente presso Adapt-Centro Studi Internazionali e Comparati “Marco Biagi”, è stato anche project leader e coordinatore del gruppo di lavoro sulla Legge “Biagi”. Attualmente E’ direttore generale di Afol Milano, Agenzia per la formazione, l’orientamento e il lavoro della Provincia di Milano.
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venerdì 14 dicembre 2012
mercoledì 14 novembre 2012
Non si tocca l’orario degli insegnanti. Ma a perderci è la ricerca Leggi di Più: Non si tocca l'orario degli insegnanti. Ci perde la ricerca
Segnalo questo articolo sul numero di Tempi del 13 novembre
Non si tocca l’orario degli insegnanti, ma il risparmio di 183 milioni sulla scuola è legge. Circa 50 milioni saranno sottratti ai bandi per la ricerca scientifica e tecnologica, e 47,5 milioni ai fondo per il miglioramento dell’offerta formativa. Altri 80 milioni giungono dai risparmi accantonati dal comparto scuola nel 2011. La vittoria sindacale ha i suoi chiaroscuri, la ricerca è ulteriormente bistrattata. Tempi.it ne parla con Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli.
Comunque ci si muova, si pestano i piedi di qualcuno.
È inevitabile nel momento in cui si propongono dei tagli. La mia preoccupazione è che, da ora, non si possa più dibattere sull’organizzazione del lavoro degli insegnanti, perché è diventato il tema di uno scontro politico-sindacale. Si può discutere del merito di questa iniziativa, ma mi preme che la scuola cambi dal punto di vista organizzativo. E ho paura che per alcuni anni non ne parleremo più.
L’aumento delle ore senza un incremento dello stipendio influiva negativamente sulla professionalità di un insegnante?
No. Ci sono insegnanti che già lavorano moltissimo, fanno molto più delle diciotto ore canoniche tra correzioni, preparazione e coordinamento didattico. Al tempo stesso, però, ci sono insegnanti più refrattari a una simile modalità di lavoro. Quindi, il vero punto debole è che il sistema non valorizza chi si impegna e non richiama all’ordine chi non fa il suo dovere. Va benissimo richiedere uno sforzo aggiuntivo in un periodo aggiuntivo, ma chi lavora tanto deve essere premiato.
Se ai vari tagli aggiungiamo la tassazione delle borse di studio, ne esce un ritratto dell’Italia che non punta alla ricerca.
Gli obiettivi di Lisbona prevedevano investimenti nella ricerca parti al 3 per cento del Pil. Quest’anno l’Italia non raggiunge l’un per cento. Tagliare i fondi per la ricerca è un autogol, anche perché i più penalizzati saranno i giovani che studiano ad alto livello. E, tra questi, quelli che non hanno un background socio-economico elevato.
Il modello scolastico italiano è in crisi. A chi guardare?
I casi di eccellenza sono i modelli asiatici – Corea, Cina, Singapore – e quelli scandinavi – come la Finlandia –. Questi ultimi sono più facilmente esportabili in Italia, e da essi si può imparare molto. È tuttavia difficile pensare a un modello esportabile in blocco. L’Italia ha marcatissime differenze interne. Da noi convivono sistemi scolastici all’avanguardia (come in Trentino e in Lombardia) e fortemente arretrati (specie al Sud). Una ricetta che valga per tutto il paese è inesistente.
Intervista ad Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli:
«L’Europa pretende investimenti pari al 3 per cento del Pil. Noi diamo meno
dell’1 per cento».
Non si tocca l’orario degli insegnanti, ma il risparmio di 183 milioni sulla scuola è legge. Circa 50 milioni saranno sottratti ai bandi per la ricerca scientifica e tecnologica, e 47,5 milioni ai fondo per il miglioramento dell’offerta formativa. Altri 80 milioni giungono dai risparmi accantonati dal comparto scuola nel 2011. La vittoria sindacale ha i suoi chiaroscuri, la ricerca è ulteriormente bistrattata. Tempi.it ne parla con Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli.
Comunque ci si muova, si pestano i piedi di qualcuno.
È inevitabile nel momento in cui si propongono dei tagli. La mia preoccupazione è che, da ora, non si possa più dibattere sull’organizzazione del lavoro degli insegnanti, perché è diventato il tema di uno scontro politico-sindacale. Si può discutere del merito di questa iniziativa, ma mi preme che la scuola cambi dal punto di vista organizzativo. E ho paura che per alcuni anni non ne parleremo più.
L’aumento delle ore senza un incremento dello stipendio influiva negativamente sulla professionalità di un insegnante?
No. Ci sono insegnanti che già lavorano moltissimo, fanno molto più delle diciotto ore canoniche tra correzioni, preparazione e coordinamento didattico. Al tempo stesso, però, ci sono insegnanti più refrattari a una simile modalità di lavoro. Quindi, il vero punto debole è che il sistema non valorizza chi si impegna e non richiama all’ordine chi non fa il suo dovere. Va benissimo richiedere uno sforzo aggiuntivo in un periodo aggiuntivo, ma chi lavora tanto deve essere premiato.
Se ai vari tagli aggiungiamo la tassazione delle borse di studio, ne esce un ritratto dell’Italia che non punta alla ricerca.
Gli obiettivi di Lisbona prevedevano investimenti nella ricerca parti al 3 per cento del Pil. Quest’anno l’Italia non raggiunge l’un per cento. Tagliare i fondi per la ricerca è un autogol, anche perché i più penalizzati saranno i giovani che studiano ad alto livello. E, tra questi, quelli che non hanno un background socio-economico elevato.
Il modello scolastico italiano è in crisi. A chi guardare?
I casi di eccellenza sono i modelli asiatici – Corea, Cina, Singapore – e quelli scandinavi – come la Finlandia –. Questi ultimi sono più facilmente esportabili in Italia, e da essi si può imparare molto. È tuttavia difficile pensare a un modello esportabile in blocco. L’Italia ha marcatissime differenze interne. Da noi convivono sistemi scolastici all’avanguardia (come in Trentino e in Lombardia) e fortemente arretrati (specie al Sud). Una ricetta che valga per tutto il paese è inesistente.
lunedì 12 novembre 2012
Lavoro e welfare in Lombardia
Un appello a tutto il mondo del sociale, per un nuovo agire comune che contrasti
il declino della Lombardia e che riporti con forza la centro del dibattito i
temi del lavoro e del welfare. Lo hanno lanciato il segretario
generale della Cisl Lombardia, Gigi Petteni, il presidente delle Acli Lombardia,
Giambattista Armelloni, il presidente di Confcooperative Lombardia, Maurizio
Ottolini, nel corso del dibattito “Pagine nuove in Lombardia”, organizzato dalle
tre associazioni al Centro S. Fedele. “In questa delicata fase non vogliamo
essere né tifosi, né correttori di bozze – affermano Petteni, Armelloni e
Ottolini – Il compito di chi sta, come noi, nella terra di mezzo è quello di
ridare dignità e senso al futuro delle persone, di creare una forte interazione
tra le istituzioni e gli attori sociali”. “La Lombardia si avvia a chiudere
l'anno con 400 mila disoccupati – aggiungono - Abbiamo di fronte lo scenario di
una regione in cui giovani senza occupazione e pensionati che non riescono ad
arrivare alla fine del mese sono sempre più numerosi”. Da qui la sollecitazione
di Cisl, Acli e Confcooperative regionali affinché “Qualunque progetto sociale,
qualunque azione politica e qualunque ipotesi di governo facciano del lavoro la
questione centrale”. “Lanciamo un appello a tutto il mondo del sociale per un
nuovo agire comune – affermano Petteni, Armelloni, Ottolini - Vogliamo stringere
alleanze con chi sceglie il lavoro come snodo centrale, nel segno di una minore
autoreferenzialità e di un maggiore protagonismo degli attori sociali”. Tra le
“pagine nuove” che la Lombardia sarà chiamata a scrivere nei prossimi mesi,
Cisl, Acli e Confcooperative regionali indicano la definizione di un nuovo
“Patto per il welfare”, che affermi il valore di un nuovo mutualismo e della
contrattazione. Petteni, Armelloni e Ottolini hanno quindi affermato: “Non
abbiamo bisogno di un uomo solo al comando. La Lombardia e il Paese hanno
bisogno di una nuova legislatura che diventi una rifondazione economica e
sociale, che avvii un percorso a partire da un progetto politico e istituzionale
di discontinuità con modelli che si sono dimostrati inadeguati nell'affrontare
la crisi economica, sociale, etica e civile”. “Un progetto che veda la Lombardia
capofila – hanno aggiunto - Per fare questo è indispensabile una maggiore
partecipazione e un maggiore coinvolgimento degli attori sociali
mercoledì 31 ottobre 2012
venerdì 1 giugno 2012
Perché i cervelli fuggono
Luigi Degan
La scorsa settimana, l’Università dell’Insubria di Varese ha presentato una ricerca condotta da 30 studenti del corso di laurea in Scienze della comunicazione. Un questionario sottoposto ai cittadini di Varese ha approfondito il loro rapporto con le istituzioni: 327 le persone interpellate, di età fra i 20 e gli 80 anni, sentite quasi tutte le categorie sociali (studenti, impiegati, disoccupati, pensionati, artigiani, liberi professionisti, imprenditori, casalinghe, operai, commercianti). Dall’indagine risulta che, nell’attuale fase di crisi economica, la politica ha perso non solo credibilità, ma anche capacità di intervento. I cittadini mal sopportano la pesantezza delle tasse (83%) senza ricevere in cambio servizi adeguati e propongono tagli ai costi della politica (89%) nonchè un tetto massimo di due legislature per i parlamentari (77%). L’80% degli interpellati non vede nel breve periodo alcuna ripresa.
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sabato 14 aprile 2012
Le colpe dei giovani disoccupati e precari
di Luigi Degan
E’ spiazzante il dato Istat relativo alla disoccupazione giovanile: in un solo mese, rispetto all’ultimo monitoraggio diffuso ai primi di aprile, il trend negativo è salito di 4 punti secchi: dal 31,9% al 35,9% (dato relativo al mese di marzo). Già verso la metà degli anni ’90, il tasso di disoccupazione dei giovani aveva superato il 30%, nel 2004 era al 29% per poi raggiungere il 20% nel 2007, e questo dimostra che il problema non ha cause esclusivamente legate alla crisi economica ma anche cause da ricercare al di là degli aspetti e delle opportunità occupazionali.
Come ha precisato l’Istat con una nota ufficiale, non è corretto affermare che “più di un giovane su tre è
disoccupato”,
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